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Le due guerre mondiali

La prima guerra mondiale

Dopo l’attentato di Sarajevo contro l’arciduca Francesco Ferdinando del giugno 1914 ed il conseguente ultimatum austro-ungarico inviato alla Serbia, la dichiarazione di guerra di Francesco Giuseppe fece scattare la rete incrociata di alleanze che diede da subito al conflitto dimensioni internazionali, mentre l’Italia inizialmente si dichiarò neutrale. L’Austria ordinò la mobilitazione generale dell’esercito; dal Tirolo furono inviati al fronte nove reggimenti: dal Trentino partirono circa 60.000 uomini che combatterono prevalentemente sul fronte orientale. Con lo scoppio della guerra gli irredentisti videro riaccendersi la speranza di un imminente passaggio del Trentino all’Italia. Cresceva così il fenomeno del fuoriuscitismo, con vari patrioti che varcavano il confine allo scopo di arruolarsi volontari nell’esercito italiano, ma nel Trentino la maggior parte della popolazione era comunque fedele alla monarchia asburgica e non era interessata ad un mutamento dei confini territoriali. Ben presto la Triplice Intesa (l’alleanza politico-militare tra Impero britannico, Terza Repubblica francese ed Impero russo) offrì all’Italia, in caso di intervento al suo fianco nella grande guerra contro l’Austria-Ungheria, il Trentino e l’Alto Adige, parti dell’Istria e della Dalmazia nonché altri territori minori, offerta condensata nel Patto di Londra del 1915, che spinse il governo italiano in guerra, dopo il fallimento delle trattative parallele con Vienna. Cesare Battisti, già deputato fra gli austriaci di lingua italiana nella Dieta di Vienna, allo scoppio della grande guerra penetrò in Italia arruolandosi come volontario e combattendo negli alpini; venne catturato e condannato a morte per capestro come traditore dagli austro-ungarici nel 1916.

Nel corso della Grande Guerra si susseguirono varie operazioni militari sul versante trentino, determinando un vero e proprio esodo coatto della popolazione locale, mentre i sospetti d’irredentismo vennero internati o confinati; il fronte di combattimento era ampio e complicato dalle caratteristiche geografiche del territorio, innalzandosi a quote altissime fino ai crinali di monti e ghiacciai. Fu un conflitto combattuto in montagna, una guerra di posizione orientata alla strenua difesa di arroccamenti e di trincee, con avversità atmosferiche che costrinsero i soldati a condizioni di vita estreme. Dopo la disfatta di Caporetto del 1917 le truppe italiane si ritirarono lungo la linea del Piave abbandonando il Trentino orientale. Con l’armistizio del 1918 si concluse la prima guerra mondiale, ed il bilancio per il Trentino fu di oltre 11 mila morti, 14 mila feriti, 12 mila prigionieri, 75 mila sfollati in Austria e 35 mila nel resto d’Italia. In base al Trattato di Saint-Germain-en-Laye del 10 settembre 1919, siglato a margine della Conferenza di Parigi, il Trentino e l’Alto Adige furono annessi al Regno d’Italia, in conformità all’accordo di Londra. Gli altoatesini venivano così a trovarsi all’interno dei confini d’Italia, diventando una minoranza linguistica e culturale. Il 3 novembre 1918 venne costituito il Governatorato militare della Venezia Tridentina, per avviare il territorio alla normalizzazione postbellica; a fine luglio 1919 venne sostituito fino al 1922 da un Governatorato civile. L’artificiale denominazione di Venezia Tridentina comprendeva Trentino ed Alto Adige, istituzionalmente riuniti nella Provincia unica di Trento. Tutte le forze politiche del Trentino concordavano sulla necessità di mantenere in vita l’impianto autonomistico provinciale, dotato di competenze simili a quelle della cessata Dieta tirolese, e quello comunale: l’autonomia corrispondeva ad un modello di Stato decentrato opposto al centralismo italiano, mentre il tema della difesa etnica diventava essenziali per la popolazione sudtirolese.

L’avvento del fascismo e la seconda guerra mondiale

Re Vittorio Emanuele garantì alle nuove province la salvaguardia dell’amministrazione autonoma e delle istituzioni locali: inizialmente i governi liberali si dimostrarono tolleranti verso le minoranze tedesche, ma con l’avvento del fascismo ebbe inizio la progressiva soppressione di tutte le forme di autonomia a favore di un rigido centralismo statale, con una politica di assimilazione delle minoranze e di italianizzazione dell’Alto Adige, anche attraverso l’insediamento di italiani provenienti da altre regioni. Nel 1923 entrava in vigore nella Provincia di Trento (comprendente anche i circondari di Bolzano, Merano e Bressanone) la legge comunale italiana, che cancellava le antiche libertà dei comuni e gli statuti delle città maggiori, ed in seguito fu varata una nuova legge provinciale e comunale ispirata ad un accentramento ancora maggiore. Nel 1926 vennero istituiti il podestà e la consulta municipale, entrambi non elettivi ma nominati dall’esecutivo, quindi vennero autoritativamente aggregati i comuni trentini, cancellando un’articolazione strutturale conforme alla geografia del territorio e che aveva costituito la base della vita comunitaria civile.

Il consolidamento in regime del fascismo iniziò nel 1925-26 con l’emanazione di leggi che cancellavano le tutele dello Statuto Albertino, eliminando progressivamente le libertà garantite dalla Costituzione: tutti i partiti, tranne quello fascista, vennero dichiarati illegali e videro soppressi i loro organi di stampa, fu istituito il Tribunale speciale ed introdotta la pena di morte. Lo Stato totalitario si manifestava ormai a livello nazionale nel sindacato unico, nell’ordinamento corporativo. nell’inquadramento e nel controllo della cultura, dello sport, della gioventù e della scuola, costringendo ogni dissenso alla clandestinità. In Trentino-Alto Adige l’insegnamento del tedesco venne proibito nelle scuole, e progressivamente i dipendenti pubblici di lingua tedesca vennero licenziati e sostituiti con dipendenti di lingua italiana. La stampa germanofona venne censurata e fu vietato l’uso dei toponimi tedeschi; persino i nomi e cognomi delle persone vennero italianizzati. Inoltre furono occupate tutte le espressioni del mondo economico ed il regime estese il proprio controllo sul sistema cooperativo, inquadrandolo nel sistema corporativo. Alcide Degasperi venne arrestato a Firenze nel 1927 e condannato a quattro anni di reclusione per tentato espatrio clandestino; lo stesso anno venne costituita la Provincia di Bolzano. La vocazione autonomistica del Trentino-Alto Adige, già negata durante il periodo austro-ungarico con la subordinazione ad Innsbruck e a Vienna, fu soppressa anche durante il fascismo; essa troverà riconoscimento solo con lo Statuto di autonomia del 1948, anche se in un quadro regionale.

Nel 1939 in Alto Adige furono implementate le Opzioni, in base al relativo accordo italo-tedesco stipulato tra Mussolini e Hitler: alla popolazione di lingua tedesca fu in sostanza imposto di scegliere in modo irrevocabile se diventare cittadini germanici (cioè Optanten: optanti), trasferendosi di conseguenza nei territori del Terzo Reich, oppure se rimanere in Alto Adige come cittadini italiani (Dableiber: restanti), integrandosi nella cultura italiana e rinunciando ad essere riconosciuti come minoranza linguistica. La maggioranza dei residenti sudtirolesi di lingua tedesca e ladina, ormai emarginati politicamente, socialmente ed economicamente dal regime fascista, si dichiarò favorevole ad emigrare: su una popolazione altoatesina di circa 230 mila abitanti, circa 167 mila optarono per la Germania. Con l’aggressione della Polonia da parte della Germania, il primo settembre 1939 ebbe inizio la seconda guerra mondiale, che rallentò le operazioni di esodo degli optanti, mentre dopo il conflitto circa un terzo degli espatriati tornò in Italia.

L’Alpenvorland e la fine del secondo conflitto mondiale

La caduta del fascismo nel luglio del 1943 fu avvertita in Trentino con soddisfazione, nella speranza che fosse il preludio al ritorno all’autonomia provinciale e comunale ed alle libertà civili soppresse dal regime; vi era tuttavia una diffusa preoccupazione per la presenza delle truppe tedesche, che iniziarono ad insinuarsi nelle valli e a stabilirsi in località strategicamente importanti, oltre che sui valichi alpini. Il 10 settembre 1943, due giorni dopo l’entrata in vigore dell’armistizio tra Italia e Alleati, con il quale il Regno d’Italia cessava – arrendendosi senza condizioni – le ostilità contro le forze angloamericane, Hitler firmò il decreto istitutivo dell’Alpenvorland, la zona di operazioni delle Prealpi, con cui Trentino, Sudtirolo e bellunese cadevano in mano nazista venendo di fatto annessi al Terzo Reich come Provincia tedesca, e con sospensione sul territorio interessato della sovranità della Repubblica sociale italiana (RSI). L’Alpenvorland rimase in vita per venti mesi, colpendo con confische, espropri e precettazioni al lavoro la popolazione civile, già stremata dalla guerra; negli ultimi mesi si verificarono sul territorio centinaia di bombardamenti alleati, che operarono distruzioni quasi totali di svariati centri abitati. Il 25 aprile 1945 le forze armate tedesche deposero le armi, ma solo col primo gennaio del 1946 all’amministrazione alleata subentrò quella italiana, anche nel Trentino-Alto Adige, territorio le cui sorti risultavano ancora incerte: a livello locale non vi era sobborgo o aggregato urbano che non chiedesse di costituirsi in Comune autonomo, azzerando le trasformazioni apportate dal fascismo, mentre la più ampia questione dell’autonomia regionale si imponeva ormai nei dibattiti e sulla stampa.