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Dal XVII al XIX secolo

XVII e XVIII secolo

L’influenza della religione fu centrale durante tutto il Seicento nella vita delle popolazioni, sia nelle manifestazioni pubbliche, sia negli aspetti privati. Tale influenza fu tanto più evidente in un Principato ecclesiastico quale quello trentino, dove il principe vescovo sommava nella sua figura potere secolare e spirituale. Nel corso del XVII e XVIII secolo il Principato Vescovile vide tuttavia progressivamente ridursi la sua autonomia a favore della Contea del Tirolo e conobbe, dopo la stagione rinascimentale e quella conciliare, un progressivo declino, in parte riflesso della crisi politica ed economica che attanagliò in quel periodo gran parte dell’Europa continentale. Nella seconda metà del XVII secolo si manifestò la necessità di operare una generale riorganizzazione dei territori asburgici, soggetti per ragioni storiche e di annessione a leggi e ad amministrazioni diverse; nelle province di casa d’Austria inoltre godevano di grande autorità le diete regionali, sorta di parlamenti costituiti dai rappresentanti delle più importanti classi politiche e sociali: nobiltà, clero, borghesia cittadina ed in Tirolo anche gli abitanti delle vallate. In un contesto di tale frammentazione politica i sovrani godevano di un potere inefficace, dal momento che dovevano regolarmente negoziare con i rappresentanti dei sudditi più importanti i finanziamenti per le proprie intraprese, in particolare per le campagne belliche. L’Impero cercò quindi di attuare un disegno di costituzione e rafforzamento di organi centrali, disegno che si concluse solo a metà del Settecento, dando vita ad un’architettura statale più moderna. Questo mutamento ebbe riflessi anche sul Tirolo, limitandone fortemente l’autonomia decisionale e finanziaria ed indebolendo il ruolo della Dieta di Innsbruck, venendo così sempre maggiormente attratto nelle dinamiche imperiali.

L’Ottocento è il secolo che vide il progressivo affermarsi dell’assolutismo illuminato, caratterizzato dall’opera riformista dei sovrani tesa al consolidamento e all’ammodernamento delle strutture dello Stato. Le province della monarchia non potevano più mantenere amministrazioni, ordinamenti giuridici e sistemi economici differenti ma dovevano essere coordinate con gli organi di governo statali e con la corte di Vienna. I principati ecclesiastici dell’Impero Romano-Germanico, tra cui quello tridentino, subirono quindi pressioni affinché recepissero le riforme in atto nei territori ereditari, di modo da non costituire un’eccezione alla desiderata uniformità economico-amministrativa.

Dal punto di vista geografico l’attuale Trentino alla fine del Settecento annoverava già una serie di circoscrizioni giudiziarie dipendenti dal governo asburgico-tirolese, distribuite verso il lago di Garda, nella Vallagarina, in Val d’Adige, in Val di Non ed in Valsugana. Fra questi territori, quello economicamente più rilevante era costituito dalla città di Rovereto. Per quanto concerne invece il contesto politico-istituzionale, il Principato di Trento presentava nel XVIII secolo importanti modificazioni rispetto al secolo precedente: accanto all’autorità vescovile, avevano assunto un ruolo determinante le istituzioni del capitolo, che aveva importanti prerogative di governo, e del magistrato consolare cittadino, i cui poteri avevano raggiunto una singolare ampiezza nel corso degli anni. Con la conclusione del secolo il Principato Vescovile si avviò però al tramonto: l’episcopato di Pietro Vigilio Thun si concluse infatti con la secolarizzazione del Principato e con la fine del potere temporale dei vescovi di Trento.

Nel 1796 le truppe rivoluzionarie al comando di Bonaparte entravano nei confini meridionali del Tirolo, invadendo anche la città di Trento: le truppe francesi depredarono da subito le casse civiche ed esigettero pesanti contribuzioni. Si apriva così un ventennio caratterizzato da eventi bellici e da mutamenti di governo, che avrebbe sconvolto assetti plurisecolari: in pochi anni si alternano infatti in Trentino ben nove differenti governi, quattro austriaci, quattro francesi ed uno bavarese. Il Trattato di Lunéville del 1801 segnò la secolarizzazione dei principati vescovili di Trento e Bressanone, che divennero parte dell’Austria, mentre dal 1805 con la pace di Presburgo, a causa della sconfitta austriaca contro le truppe franco-bavaresi guidate da Napoleone, il Trentino-Alto Adige passò sotto il filonapoleonico Regno di Baviera, che diede vita ad un’amministrazione fortemente centralizzata, inadatta ad una popolazione di montagna con usi e costumi secolari gelosamente tramandati.

Il Dipartimento dell’Alto Adige

I bavaresi introdussero in Tirolo una serie di riforme, tra le quali la leva obbligatoria ed una forte tassazione, che non tenevano conto delle antiche tradizioni di autogoverno e che scatenarono una sollevazione popolare guidata da Andreas Hofer, stroncata da Napoleone con l’invio di ben 50 mila uomini ad occupare il Tirolo. Parti della provincia di Trento furono riunite con parti della provincia di Bolzano in un dipartimento per il quale venne coniato per la prima volta il nome di Alto Adige, mentre il rimanente del Tirolo tornava alla Baviera: nel 1810 infatti, con la pace di Parigi, i territori compresi dallo Stelvio fino a Chiusa e a Dobbiaco vennero sottratti all’Impero austriaco ed attribuiti al Regno d’Italia sotto il nome di “Dipartimento dell’Alto Adige”, avente come capoluogo la città di Trento. Il dipartimento fu riorganizzato sul modello francese che caratterizzava l’assetto amministrativo-istituzionale del Regno, comportando la scomparsa di vecchi privilegi feudali e di vetuste peculiarità locali, eliminando le vecchie strutture di potere che avevano governato il territorio ed istituendo un nuovo ordine saldamente statale.

La sovranità asburgica

Nel 1813 l’esercito austriaco occupò il Dipartimento dell’Alto Adige; l’Austria riuniva la parte transalpina e cisalpina del Tirolo e l’ex Principato Vescovile trentino in un unico Land, stabilendo la sede del relativo governo ad Innsbruck. Col Congresso di Vienna del 1815 il Tirolo e gli ex Principati di Trento e Bressanone rientravano a tutti gli effetti nei possedimenti asburgici, mentre nel 1818 la Contea del Tirolo veniva inclusa nella Confederazione Germanica. Le competenze della Dieta di Innsbruck (il “Parlamento” della Contea tirolese) erano assai estese, tanto da concretizzare un’ampia autonomia del Land. Il centralismo dello Stato si manifestava in particolare con la sorveglianza sulle libertà elettorali, con la necessaria approvazione del sovrano per rendere esecutive le delibere della Dieta oltre alla possibilità di sciogliere la stessa Dieta.

Sotto gli Asburgo il Trentino (chiamato Welschsüdtirol, ovvero Tirolo meridionale italiano, in prevalenza italianofono) e l’Alto Adige (Deutschsüdtirol, germanofono) goderono di importantissime prerogative di autogoverno: la giustizia e le scuole erano amministrate nelle lingue locali, statuti comunali e consuetudini garantivano alle popolazioni diritti di sfruttamento delle risorse dei territori. La sudditanza ad una dinastia tedesca non era percepita come lesiva dell’italianità del paese, né rientrava negli interessi austriaci la nazionalizzazione del Trentino. Il potere centrale puntava all’ordine ed alla stabilità, con un controllo di polizia assiduo, ma formalmente corretto. L’irredentismo non era ancora nato, dal momento che fino ad allora non esisteva uno Stato italiano nel quale confluire. Il riformato ordinamento politico-amministrativo riscosse il consenso delle popolazioni per lo snellimento burocratico e per il riconoscimento dell’autonomia, del decentramento funzionale e delle libertà locali, tutti elementi che univano la popolazione italiana e tedesca del Tirolo permettendo ai cittadini di gestire liberamente gli interessi locali ed i modesti beni comunali. Le condizioni economiche del Trentino agli inizi del XIX secolo non erano floride: l’attività agricola risultava nettamente prevalente rispetto agli altri settori, ma era limitata dalla conformazione montuosa del territorio, le proprietà fondiarie erano modeste e coltivate con sistemi arcaici, generando complessivamente una produzione di sussistenza, anche se prima della metà del secolo ebbe inizio un progressivo ammodernamento dei mezzi di produzione agricola ed industriale. Un’ampia parte di popolazione era costretta a fare ricorso all’emigrazione temporanea in paesi limitrofi e, dalla seconda parte dell’Ottocento, anche oltre oceano. A partire dagli anni trenta ebbe luogo anche una rinascita della vivacità culturale, con ideali di rinnovamento che circolavano tra intellettuali, studiosi e letterati ma che non sfociavano in manifestazioni di dissenso generale rimanendo patrimonio di una minoranza, senza toccare la massa contadina. La classe dirigente trentina iniziava ad aprirsi ai principi di libertà che si andavano diffondendo in Europa e che avrebbero presto reclamato mutamenti politici ed istituzionali.

I moti rivoluzionari che si diffusero in Europa penetrarono anche nell’Impero Asburgico, ed in Trentino fomentarono i motivi di disagio nei confronti della Dieta tirolese e del governo di Vienna: a partire dal 1848 furono sempre più pressanti le richieste trentine di distacco del Tirolo italiano da quello tedesco e di aggregazione al Lombardo-Veneto. I contrasti di metà Ottocento non avevano ad oggetto il modello di autonomia ma l’inadeguata rappresentanza dei trentini alla Dieta, che temevano costantemente la subordinazione dei loro interessi politici ed economici a quelli della maggioranza tedesca: i trentini costituivano una minoranza all’interno del Tirolo storico ed aspiravano a maggiori tutele. Tali istanze di autonomia e di emancipazione dalla Confederazione Germanica e dagli Asburgo furono evidenziate nel 1848 dai deputati trentini alla costituenti di Francoforte e di Vienna, oltre che all’Assemblea Costituente di Kremsier, dove si discusse la proposta di rendere il Tirolo italiano una provincia autonoma, proposta sostenuta da una petizione sottoscritta da ben 46.000 trentini. Tali istanze si scontrarono tuttavia col tentativo, sempre maggiore nel corso degli anni, di germanizzazione del Trentino-Alto Adige attuato dal neo-eletto Imperatore Francesco Giuseppe e sfociarono poi nei movimenti irredentisti a seguito della proclamazione del Regno d’Italia nel 1861.

Con la patente imperiale del 1851 si apriva il periodo del neoassolutismo: venne abrogata la Costituzione, sostituito il Parlamento con un Consiglio dell’Impero, imbrigliata la libertà di stampa ed estesi i controlli politici e di polizia verso coloro che erano ritenuti fautori della causa italiana. Nonostante il ritorno al sistema costituzionale nel 1860 e l’istituzione di un Parlamento bicamerale nel 1861, veniva confermata la sproporzione nella Contea principesca del Tirolo fra i due gruppi etnici, condannando i trentini alla condizione di perpetua minoranza e vanificando ogni speranza di un’autonomia separata per il Trentino: dal 1861 fino alla prima guerra mondiale le richieste trentine di una amministrazione autonoma, rivolte sia alla Dieta tirolese che al Parlamento di Vienna, furono numerose, così come numerose furono le dichiarazioni ed i memoriali, oltre alle prassi dell’astensionismo alle elezioni per l’assemblea tirolese e della rinuncia al mandato da parte degli eletti, che generarono clamori e propaganda nell’opinione pubblica.

La questione del Trentino venne in gioco nel 1866 all’interno della guerra austro-prussiana e delle trattative diplomatiche connesse al conflitto. In effetti durante la terza guerra di indipendenza italiana vi fu il riuscito tentativo, da parte di Garibaldi e dei suoi volontari, di forzare le difese austriache in Tirolo e di arrivare quasi sino alla città di Trento. Il generale La Marmora ordinò tuttavia di ritirarsi; Garibaldi rispose via telegramma con il famoso “obbedisco”. Del resto la vittoria prussiana contro gli austriaci rendeva inutili le operazioni militari sul fronte italiano e l’Italia dovette accettare l’armistizio. A nulla valsero le ragioni economiche e strategiche che avrebbero giustificato la cessione del Trentino all’Italia: nella pace di Vienna si decise di non indebolire ulteriormente l’Austria, sconfitta dalla Prussia, ed all’Italia fu assegnato il solo Veneto.

L’irredentismo

Dopo il 1870 lo scenario europeo rendeva sempre più remota l’eventualità della cessione del Trentino all’Italia: nessuna delle grandi potenze voleva destabilizzare il già precario equilibrio del continente, attraversato da spinte nazionaliste ed imperialiste; lo stesso Stato italiano non avanzava richieste di ulteriori ingrandimenti. Nascevano così le prime istanze irredentistiche, avanzate da una minoranza etnica che si trovava ad essere inglobata in una nazione confinante con lo Stato al quale desiderava essere ricongiunta. I maggiori esponenti del patriottismo trentini compresero, in un’ottica pragmatica e realista, che il miglior modo di realizzare l’agognato ricongiungimento all’Italia partiva dalla strenua difesa dell’italianità del Trentino, dal rafforzamento del fronte autonomistico ma anche dal rinnovamento liberale dell’Austria.